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  • Recensione film: Cashback
  • Recensione film: Cashback

    Fermare il tempo per cogliere l'essenza delle cose

    Published by darkglobe on 07-Oct-2018 22:50 (462 reads)

    Cashback va annoverato tra quelle preziose e raffinate commedie romantiche che provano a rivoluzionare con una certa originalità il linguaggio cinematografico di genere, pur basandosi su consolidati archetipi afferenti ai filoni romantic e slapstick o a stilemi narrativi ampiamente intravisti in altre commedie sentimentali.

    Il film nasce come cortometraggio, candidato all’Oscar nel 2004 e pluripremiato con 14 riconoscimenti internazionali, scritto e diretto dal britannico Sean Ellis, che ne dilata dopo circa due anni la trama ai tempi naturali del grande schermo.
    Ben Willis (Sean Biggerstaff) è un giovane studente d’arte, che ha appena dichiarato alla propria ragazza Suzy (Michelle Ryan) di sentirsi incapace di renderla felice: è il tipico senso d’inadeguatezza che colpisce coppie di giovani, la cui tenuta sembra essere basata più sulla spensieratezza o la gioia di vita, propri di una età acerba, che su una sostanziale affinità emotiva e di pensiero; tant’è che in breve, a prendere il sopravvento, sono l’ansia del “dover essere” o il disagio - se si pensa alla stessa Suzy - che nasce dal dubbio di poter “trovare di meglio” altrove. Emblematica la scena al rallenty del volto rabbioso delle ragazza mentre volano insulti ed oggetti verso Ben, tra cui un lampadario di Ikea, lo store di mobili diventato ormai simbolo cinematografico dei “passages” dell’amore giovanile, fatto di pochi soldi e tante speranze (si veda anche (500) giorni insieme).

    Dopo la rottura, Ben, incapace di elaborare il lutto del distacco, perde totalmente il sonno, tra rimorsi ed indelebili ricordi di Suzy, nel frattempo già unitasi ad un altro, e dei momenti vissuti insieme a lei; elementi questi che costituiscono per il giovane un insostenibile macigno psicologico, complice il suo isolamento interrotto solo dalle incursioni consolatorie di Sean Higgins (Shaun Evans), vecchio amico la cui saggezza sul tema dei “comportamenti con le donne” sembra valere solo per gli altri ma mai per se stesso. Di contro Ben guadagna ogni giorno 8 ore di vita notturna, che inizialmente dedica alla lettura di tutti i libri lasciati in sospeso e poi trasforma in un incerto girovagare, tra cui quello degli acquisti in un supermercato, nel quale scorge un annuncio di assunzione che legge come occasione per riuscire a superare la propria fase di crisi: lui cederà le sue 8 ore di insonnia in cambio di soldi (il cashback) e di rottura emotiva.

    Accolto a braccia aperte dal direttore Alan Jenkins (Stuart Goodwin), Ben si ritrova come colleghi Sharon Pintey (Emilia Fox), bella e singolare cassiera, che sa superare la noia del tempo notturno, che non passa mai, nascondendo il quadrante del proprio orologio con del nastro adesivo, e due strampalati individui, Barry Brickman (Michael Dixon) e Matt Stephens (Michael Lambourne), il cui principale obiettivo non sembra tanto lavorare, quanto individuare, tra scherzi, volgarità sessuali e spacconate varie, il modo migliore per evitare di farlo; a loro si aggiunge un singolare appassionato di arti marziali. È in questo dissonante mercato della apparente quiete notturna che, tra flashback e lunghe considerazioni esistenziali, Ben racconta quanto la propria indole artistica sia legata alla contemplazione della bellezza del corpo femminile, di cui riesce ormai a fissarne stabilmente una immagine, fermando il tempo in un singolare straniamento che gli consente di cogliere i preziosi attimi nascosti tra il rapido fluire della vita. Indole scoperta ammirando le nudità totali di una giovane e disinibita ragazza svedese che girovagava per casa dei suoi quando era piccolo o grazie alle riviste porno dei genitori dell’amico Sean; quest’ultimo disposto a sua volta a pagare 5 pennies per ammirare le parti intime di una propria vicina di casa, ritrovandola poi da adulta quale abile spogliarellista.
    Potrebbe fare la storia del cinema, al pari della gonna alzata della Marilyn di Wilder, la scena in cui Ben, fermando il tempo, passeggia per il supermercato mettendo a nudo le clienti, per raffigurarle nei suoi raffinati disegni a matita, salvo poi ricoprirle dei propri indumenti e schioccare quindi le dita affinché la vita ricominci a fluire normalmente, come nulla fosse. Capita, col passare delle notti insonni, che l’oggetto principale delle raffigurazioni artistiche di Ben divenga pian piano Sharon, la bella cassiera, col cui viso riempie centinaia di tavole da disegno; proprio lei, all’apparenza ragazza facile, ambita sia dal direttore del market che da uno dei dipendenti che si vanta, dopo averla semplicemente accompagnata al cinema, di essersela portata a letto.
    Ben e Sharon, in una lunga chiacchierata in un bar, dopo una disastrosa partita di calcetto organizzata dal direttore contro i dipendenti di un market concorrente, dimostrano di avere le idee chiare sulle proprie ambizioni ed una incredibile vicinanza di sguardi sulla vita. Sembra che tra loro sia scattata la scintilla, al punto che Ben, dopo aver ricevuto un bacio da Sharon, ricomincia a recuperare il sonno notturno; ma, alla festa di compleanno del direttore, il ragazzo incontra la sua ex Suzy, che, sotto gli occhi di Sharon, lo bacia improvvisamente nel disperato tentativo di rimettersi insieme, riscaraventando di fatto il giovane disegnatore nell’isolamento dal quale sembrava essersi finalmente salvato. Al punto da fargli rivivere quasi oniricamente la medesima scena di rabbia indignata, questa volta di Sharon, una volta che abbia tentato di spiegarle l’equivoco sull’uscio di casa della stessa.
    Sarà una mostra ad una galleria d’arte, in cui Ben si troverà fortuitamente ad esporre i suoi disegni, complice un velenoso scherzo dei suoi colleghi, l’occasione in cui Sharon, invitata dallo stesso Ben, potrà comprendere dalle tavole esposte che la rappresentano, quanto quell’affetto dichiarato per lei sia tutto fuorché qualcosa di effimero.

    Sean Ellis, dicevamo, destruttura in qualche modo il linguaggio cinematografico tradizionale in quanto alla istanza narrativa non sembrano più essere subordinate le azioni dei protagonisti, che agiscono piuttosto secondo schemi diegetici sghembi e disarticolati, fatti di ricordi, flashback, iterazioni  e riproposizioni semiotiche di azioni umane già vissute (l’acqua in faccia a Sean da parte delle ragazze; le urla delle fidanzate; la spogliarellista prima bambina-poi donna; le centinaia di disegni sulla commessa). Il montaggio prende dunque il controllo sulla narrazione lineare ed il tempo viene accorciato, dilatato ed infine disaccoppiato nel fermo immagine a cui si sovrappone l’azione isolata del protagonista, che riesce così a prendersi tutto il suo “spazio” temporale per pensare, contemplare, catturare visivamente, acconciare o addirittura traslocare i personaggi-umani che lo circondano, cogliendone, quando necessario, l’essenza più intima che è nell’espressione fisica dei volti e del corpo colti in quel fermo-immagine e trasferiti nella staticità perpetua dell’opera artistica rappresentata dal ritratto.
    Il resto, quasi ad arricchire la trama, sono, dicevamo, le gag dal sapore slapstick (gli scherzi dei commessi, la partita di calcetto, il popcorn sputato da una bocca all’altra) ed una delicata vena romantica che oscilla tra la malinconia del protagonista e la sfrontatezza mai sguaiata dei nudi che riempiono occhi, mente e cuore di Ben e Sean. In certe fasi la voce fuori campo del protagonista pare quasi prendere il sopravvento sulle immagini che appaiono puro supporto semantico alla dipanazione dei sentimenti di dolore e rassegnazione del protagonista; il quale all’apparenza pare subire passivamente l’ineluttabile flusso degli eventi, ma in realtà esprime solo disincanto e piuttosto capacità assolutamente fuori dal comune di osservare e cogliere gli attimi brutti e belli della propria esistenza; tant’è che la raffigurazione quasi maniacale che fa di Sharon altro non è che la rappresentazione della di lei bellezza interiore, in una congiunzione forse indissolubile di etica ed estetica.
    Interessante la scelta dell’ambientazione nel supermercato in notturna, luogo potenzialmente neutro ma in realtà, proprio grazie alla sua asettica illuminazione da ostile camera operatoria, capace di consentire lo sfogo creativo e riflessivo dei protagonisti che vi ci interagiscono: viene alla mente la goliardia di Tutto può accadere, qui ricondotta ad un atteggiamento quasi contemplativo di Ben, assolutamente convincente nella rappresentazione che ne fa Sean Biggerstaff, con il gradiente di sentimenti che alternano malinconia, disillusione, bisogno d’amare, sogno artistico ed ambizioni.

    Ben curata la colonna sonora, che sottolinea gli stati d’animo con brani originali di Guy Farley ed altri moderni e classici tra i quali spicca la voce della Callas che apre e chiude il sipario con la Casta Diva del Bellini.

    Film da vedere e rivedere: come sempre l'ottusità dei distributori e produttori italiani ha fatto sì che il film neppure arrivasse nelle sale nostrane, tant'è che è possibile solo acquistarne una copia in home video accontentandosi di lingua e sottotitoli in inglese.


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