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  • Recensione Film: Sonita
  • Recensione Film: Sonita

    Un’opera toccante, che aggiunge un tassello importante al filone cinematografico del docufilm

    Published by darkglobe on 22-May-2018 10:00 (206 reads)

    Sonita è un film girato, con una lavorazione durata ben 3 anni, dalla cineasta iraniana Rokhsareh Ghaem Maghami, laureatasi presso la Tehran Art University e specializzata nel genere documentaristico.
    Il titolo alto non è che il nome della protagonista, diciottenne emigrata da bambina dall’Afghanistan verso l’Iran, che vive a Teheran in una abitazione di fortuna, insieme alla sorella e ad una nipotina, e viene tutelata da un centro di sostegno agli immigrati presso cui lavora e segue gli studi scolastici. Sonita ha l’abitudine di rappresentare visivamente i propri sogni su un diario, nel quale incolla foto personali miste a ritagli di riviste: lei vorrebbe diventare una rapper, il suo modello del resto è Rihanna, perché le esperienze pregresse come cantante pop non le consentivano di esprimere compiutamente il proprio disagio o di raccontare le proprie esperienze di adolescente. Esperienze che si intrecciano con una cultura afghana fatta di donne sottomesse, spose bambine vendute in matrimonio fin dalla tenera età come se fossero pecore, merce di scambio con cui ogni genitore pensa di ricavare soldi per sostenere il resto della famiglia, pagare debiti o magari comprare perfino qualche oggetto costoso.
    Sonita fa insieme ad un amico il giro di vari studi di registrazione di Teheran alla ricerca di qualcuno che possa finanziare l’incisione di una sua canzone, in un alternarsi di dinieghi, dubbi o possibili spiragli di opportunità dei vari piccoli produttori che i due incontrano nel loro difficoltoso peregrinare.
    A sorpresa un giorno la ragazza riceve la visita della madre, che, arrivata a Teheran, le annuncia di volerla riportare ad Herat in Afghanistan per venderla in matrimonio a 9000 dollari, cifra che consentirebbe al fratello la dote per potersi sposare, ovvero comprare anche lui come sposa un’altra donna. Un circolo vizioso legato a tradizioni oscurantiste dal quale sembra non trovar scampo nessuna donna afghana ma su cui Sonita è decisa a definire un punto di ribellione e rottura.
    La madre, che minaccia una rappresaglia del fratello qualora la giovane continui a negarsi, ritorna temporaneamente in patria rabbonita da 2000 dollari ottenuti dalla stessa regista del film, che fino a quel momento ha mantenuto un distaccato atteggiamento da documentarista. A quel punto Sonita decide di girare un video provocatorio, sfruttando la camera della stessa Maghami: marchia la propria fronte con un codice a barre per rappresentare se stessa quale oggetto da mettere in vendita, si veste da sposa e canta a ritmo di rap il suo affetto per i parenti ma il suo desiderio di indipendenza ed autodeterminazione. Il video raccoglie inaspettatamente migliaia di contatti su internet e consente alla giovane di ricevere un premio ed una borsa di studio per la Wasatch Academy in Utah, a patto che ritorni in Afghanistan per procurarsi visto e passaporto.

    Non c’è da meravigliarsi se questo film abbia ricevuto svariati attestati quali il Best World Cinema Documentary al Sundance Film Festival 2016 e quello Hera “Nuovi Talenti” al Biografilm Festival 2016 di Bologna. Si tratta, a dirla tutta, di un documentario apparente, nei fatti una storia commovente, caratterizzata e rappresentata con momenti toccanti fino alle lacrime, girata e costruita “in tempo reale sul reale”, dove nulla lascia spazio alla finzione narrativa. Un’opera nella quale vengono disinnescate e sovvertite le regole filmiche e documentaristiche, quando ad esempio la stessa regista, con il procedere della narrazione, interagisce dialetticamente con Sonita ed entra a tratti a far parte attiva del film, commentando dal vivo le situazioni ed addirittura scambiando in una scena il proprio ruolo di filmmaker con la stessa protagonista; o quando infine fornisce alla ragazza supporto economico nel tentativo di non farla riportare dalla madre in patria. Per cui un plot inziale (il racconto di una giovane afghana che vuole fare la rapper) si trasforma e matura riformulando dinamicamente, con l’evoluzione anche inaspettata dei fatti, l’impalcatura narrativa dell’intera vicenda.
    Colpisce il contrasto tra i sogni della giovane Sonita, che sembrano quasi trasportarla in un mondo altro e fiabesco, e la sua lucidità nel giudicare ciò che le accade intorno: la rappresentazione ad esempio assai cinica della madre che, pur nel trasporto affettivo, viene descritta come persona pronta ad essere convinta più dai soldi che dalle tradizioni del suo paese; o il rammaricarsi, ritornata in patria dopo 10 anni di assenza, nell’ascoltare ancora una volta la cupezza degli spari ed assistere ad un telegiornale che parla di un attentato suicida durante uno spettacolo teatrale.
    L’Afghanistan dunque come un paese militarmente blindato, in perenne guerra civile ed impossibilitato a ritrovare la dignità pre-talebana, oscurato piuttosto da leggi e tradizioni retrograde che trattano le donne al pari di oggetti da mercato, a cui fa da contraltare un Iran caratterizzato da umanità e vicinanza delle persone che provano in qualche modo ad accogliere la ragazza o ad assecondarne le attitudini, pur nel rispetto di leggi che anche in quel paese vietano di rimuovere un velo dai capelli o, in quanto donna, di proporsi come cantante.
    Sorprendente, pur nella esiguità dei mezzi tecnici, la qualità della messa in scena, che fa risaltare scelte stilistiche di pregio ed una padronanza del mezzo filmico assolutamente encomiabile.
    Un’opera in conclusione toccante, che aggiunge un tassello importante al filone cinematografico del docufilm


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